Corpi di luce, tracce d’ombra di Matteo Galbiati

Ad Alessandra Porfidia va innanzitutto riconosciuto, come primo rilevante merito della sua lunga carriera artistica, il coraggio di aver dedicato, con una passione rinnovata e rivitalizzata negli anni, tutta la sua ricerca alla scultura. Di averla praticata con raffinata esperienza soprattutto nella sua definizione estesa, monumentale, ambientale, conscia del fatto che è questo il suo vero destino e non quello di contenersi unicamente, per praticità tecniche o, peggio, per convenienze commerciali, in facili oggetti “collocabili”, come invece hanno fatto molti suoi colleghi che hanno preferito comprimere e ridurre il corpo dei loro lavori per non dover dibattere con la difficoltà di realizzarsi in una collocazione reale.

Porfidia, come le hanno insegnato i maestri, ha sempre inteso la scultura nella sua concezione più nobile, esaustiva, profonda e, non impostandola nemmeno per assolvere a doveri celebrativi di storie, di memorie o di persone, né dovendo radicarsi in una figurazione esplicita da lei non sentita, ha lasciato che ogni suo corpo scultoreo astratto vivesse la pienezza del suo dialogo con lo spazio e il tempo dell’ambiente in cui, di volta in volta, si è inserito. Questo, va a onore del vero, rilevato anche quando le dimensioni sono più contenute, perché nemmeno la scala ridotta in lei si astiene dalla propria aspirazione alla grandezza. Si potrebbe quasi dire che ogni suo lavoro possegga – addirittura le sue carte hanno questa potenzialità – una forza e un’energia propulsiva tale che ne determina una monumentalità intrinseca quale carattere e valore ineludibile e inalienabile di tutte le sue opere.

Il suo è un coraggio che va sostenuto proprio in virtù del fatto che oggi, nella nostra contemporaneità, viene messa in discussione la vitalità di questo linguaggio antico per la difficoltà che si ha nel poter concedere alle sculture occasioni opportune per essere ammirate al meglio delle loro potenzialità, per le difficoltà logistiche, per la complessità della loro successiva gestione, per gli investimenti e le economie messe in atto per poterne godere al meglio in una qualsiasi occasione espositiva che, appunto, talvolta rimane unicamente possibile quando si accendono i riflettori su un solo grande intervento predisposto per una situazione “speciale”. Altro aspetto su cui porre attenzione è che Porfidia non rinuncia mai, anche quando deve confrontarsi con interventi di ampia portata, al principio di pensare all’opera come un corpo unico, pur visivamente e concettualmente malleabile e assimilabile con l’intorno: la scultura è da lei attesa come presenza materica affermativa, attiva, deducibile e, nonostante abbia la possibilità di essere e mantenersi ri-contestualizzabile, non perde quella sua identità specifica univoca che è determinata da un accento autoriale riconoscibile che è il plus che ogni opera d’arte deve avere.

Nel collocare, allora, le forme tipiche delle sue geometrie duttili disperdendole o alleggerendole nell’ambiente, non svilisce mai il proprio operato perdendo di vista la possibilità di incarnare qualcosa in una materia che in lei deve essere sempre la protagonista principale, il referente primo di azioni plastiche consequenziali e concatenate. Come artista, infatti, Porfidia non scade nella tentazione di abbandonarsi al vezzo ludico di quelle frequenti – il più delle volte orribili per la loro pochezza di significato – installazioni site specific in cui si privilegiano piccole dispersioni deframmentate che vogliono essere il lasciapassare speculativo per artisti che, mancando loro i più elementari rudimenti veri della pratica scultorea, ma volendo concedersi il lusso di tenersi espressivamente e lessicalmente liberi di fare tutto, si atteggiano a scultori, scegliendo la via di semplicistici neologismi minimalisti che esautorano di senso la poesia vera della concretezza scultorea. Si riducono così a proporre giochini visivi che solo pochissimi – ma parliamo di personalità di spicco – riescono a costruire, invece, con un senso pregno di significativo effettivo. I lavori di Porfidia riescono sempre a divampare in ogni luogo proprio perché la loro autonomia è tale da dare una matura corrispondenza tra la fisicità vera del mondo e quella immateriale delle idee che li costituiscono come corpi tangibili, come forme osservabili e rilevabili nella loro identità costituita che non può essere eradicata dall’opera solo perché disposta altrove. Anzi, al contrario, in ogni sua opera l’altrove sa respirare e accogliere fin dentro di sé il riscatto di quelle specificità che incontra e con cui dibatte, conversa, crea scambi, favorendo la ricchezza intellettuale di osservazioni altrimenti non praticabili.

La mostra diffusa Corpi di luce, tracce d’ombra, quindi, è un’importante – e imponente – momento non solo per riconoscere il cursus honorum da lei compiuto in anni di sacrifici e di assidua tenacia nel sostenere la propria idea poetica, ma soprattutto, data l’entità numerica delle opere raccolte e attentamente selezionate, per poter osservare in modo panoramico la coerenza assoluta dei suoi percorsi, leggendoli in una successione di sculture che, di là dal tempo della loro realizzazione, lasciano attraversare la volontà di risonanza concreta che il singolo lavoro ha riguardo lo spazio-tempo della sua contemplazione, quale che sia in termini di luogo e di momento. Prese ciascuna come singoli capitoli di una storia, insieme completano poi una narrazione che lascia leggere con disarmante evidenza il riverbero dei principi esperienziali che il loro esserci ed esistere, come entità fisiche in situ, coerentemente dichiarano. La scultura, quindi, qui non rimane una sporadica apparizione nell’ambiente pubblico, non può assolutamente bastarle questo. Di Porfidia, quando si vede un lavoro, viene istintivo attendersi che una sua variazione differente sia ad esso successiva, ogni opera avvalora l’immaginario di altri elementi che uniti sono, come si diceva, una storia unica con cui rimettere in discussione quel panorama, quotidiano e ordinario, in cui siamo calati e che può essere ristabilito in virtù di una sua straordinarietà invisibile che molto ci colpisce quando a evidenziarla è quella presenza apparentemente aliena – la scultura – ma che è capace di eleggere la comune visione a contemplazione. E allora non si vede più, ma si ammira. Non si osserva, ma si pensa. La mobilità pulsante, la tensione vitale, quasi biologica delle sue opere, vuole proprio creare le condizioni più soddisfacenti per emancipare l’abitudine in un’esperienza diversa.

Qui non ammiriamo una limitata, isolata e singola presenza che, certo, non potrà mai essere integralmente esaustiva dei principi che riflettono il pensiero e le considerazioni poetiche ed estetiche della loro autrice, ma in questo caso è chiaro che la semplicità degli elementi compositivi di ciascuna opera sia legata a un’associazione lessicale intrinseca il singolo lavoro, il cui senso ultimo è il filo conduttore che lega tutto a criteri di una consanguineità logica formale, fenomenologica ed estetica mai trascurabili. Le opere di Porfidia si appartengono una all’altra, una è emanazione della precedente ed è principio produttivo della successiva che deve essere ancora realizzata, ma che poi tutte assieme sono naturalmente predestinate ad essere inserite e protese, consegnate e affidate, ai paesaggi del mondo, unendo artificio e natura, umano e naturale in una riappropriazione che è, paradossalmente per una scultura così fisicamente definita, emotiva prima che corporea. Risonante prima che materiale.

In quanto sottolineatura di una compartecipazione dinamica, necessaria e necessitante, con lo spazio di cui diventa elemento assimilato e agente, e non artificioso inserimento protesico artificiale, Porfidia sembra sentire le vibrazioni di ogni luogo, antropico o naturale, e lascia che queste risuonino dentro i suoi lavori che diventano, in tal maniera, amplificatori per lo sguardo che, ora, può lasciarsi perdere nell’ascolto di una bellezza prima invisibile perché (forse) solo vista e mai davvero ascoltata.

In questo modo si capisce bene come le sue sculture germinino, spuntino, crescano, si dilatino con questa evidente e sicura spontaneità: sono capaci di provare il limite della conoscenza, il confine dei sentimenti, l’estrazione di un istante esclusivo che, nel pieno della nostra ordinarietà, diventa vertiginoso richiamo sull’eccellenza del Sublime che non sta più tanto nell’eccezionalità dell’opera d’arte, ma a quel contesto a cui appartiene. È inevitabile, se ammiriamo le sue opere con visione non distratta, comprendere la prevalenza di certe memorie in quel modo di animare pieni e vuoti, di spuntare spigolosità acute e di incidere sulle morbidezze più tonde, sul tono con cui le sue forme posso sottolineare o annullare le determinazioni specifiche dei materiali da uno stato di torpore e dar loro voce e anima a un intenso e lucido dialogo. Non si possono, in questo senso, non leggere riferimenti a Arp, Moore, Calder, Regine e poi pure Melotti, Staccioli, Chillida… Molti sarebbero gli esempi di personalità che hanno connotato il linguaggio della scultura astratta e che rivivono in Porfidia non come banali citazioni, ma come veri e propri referenti interiorizzati e poi riespressi con la propria personalità, ma non si tratta di citare o rifarsi a qualcuno, in lei c’è solo una ragionevole riflessione su un processo di interiorizzazione effettiva, su una comunione di intenti che è evidenza di affinità elettive corrispondenti sui valori più profondi.

Si comprende la sua relazione tra il pieno e il vuoto quando, lasciando interagire uno scambio espressivamente intenso e complesso tra i corpi esatti delle superfici dei suoi piani scultorei, Porfidia interrompe la materia aprendo varchi, generando aperture che abbracciano porzioni di realtà.

Puntualizza un vuoto che, però, non è mai totale assenza, in quanto diventa anch’esso superficie di valore in cui inglobare l’ambiente e le sue sempre felici variazioni imponderabili. Quelle che, in definitiva, si ritrovano a variare nei “buchi” da lei pattuiti con ciascuna sua opera, perché questa non sia unicamente elemento contenuto in un dove, ma possa mutuare una diversa posizione e diventare anch’essa elemento contenente un quando. Di nuovo lo spazio e il tempo. L’ambiente è, quindi, un fattore potenzialmente scatenante che Porfidia studia, legge, valuta pondera con attenzione per non vanificare l’efficacia di questo legame connettivo tra l’opera e il punto in cui la si esperisce. La circostanza della verifica è il sincrono evolutivo, instabile, mobile e mutevole, decisamente impermanente che, grazie alla flessuosa variabile della sua essenza si fa accogliente catalizzatore dei potenziali inespressi e trattenuti in potenza. Alla luce di tutto questo è ovvio che la scultura incarni il dovere di creare una relazione ambivalente tra la nostra esperienza sensibile e lo spazio-tempo in cui siamo calati, il quale a sua volta ha modo di interrompersi nelle sue normali circostanze e avvicendare una differente grammatica con cui regolare il nostro sentirlo e viverlo.

Un ulteriore elemento importante per valutare la vibrazione che avvolge questa tipologia specifica di sculture sono i continui e rivelabilissimi contrasti tra la bidimensione e una chiara conformazione tridimensionale effettiva: è davvero significativo per una scultura che vuole essere organismo agente, continuare a tendere tra le verità progettuali, intuite e istintive nella purezza dell’idea iniziale, e la certezza conseguita con la realizzazione effettiva dell’opera finale. Il passaggio tra le une e l’altra in Porfidia pare non compiersi mai del tutto ed è un valore importantissimo per comprendere l’anima del suo lavoro: il suo costante desiderio di muoversi per cambiare lo stato immoto delle cose. Le forme si animano, gesticolano, danzano e fluttuano nello spazio andando a circoscrivere le opportune e pari mosse di un disegno solo abbozzata sul foglio; la scultura si pone con la freschezza di quello stesso segno disegnato che, però, non sulla carta, ma si è innestato nel luogo della realtà.

Merita una considerazione anche il valore del cromatismo scelto da Porfidia che, lavorando in prevalenza con il bianco e il nero, qui mette in evidenza assoluta la contrazione ontologica degli opposti: bianco-nero sono metafora di tutto e niente, di luce e ombra, di verità e rappresentazione, di materiale e ideale, principio e fine, razionale e irrazionale e via dicendo. Non è un caso che si parli di corpi (di luce) e tracce (d’ombra) quali opposti che identificano ciò che è dato, e quanto, pur intuito, vada sperimentato attraverso l’invisibilità dei segnali che ci lascia da scoprire. Il bianco e il nero delle superfici è un colore di potenzialità inespresse e tenute sempre in potenza; dato a corpo, piatto, privo di sfumature, è esigenza di una perfezione che sottolinea, nella sua apparente non emotività, la dialettica di quelli opposti che nei due colori scelti da Porfidia, assolutizzano la complessità di un discorso che, invece, la scultura lascia affrontare evidente nell’intricata trama relazionale delle sue forme. Ombra e luce – le stesse che abbiamo rilevato nei vuoti interni a ogni scultura – quasi dispensando la materia dalla sua stessa sostanza concreata devono tener vivo il pulsare di quella tensione all’indicibile che attiva i meccanismi del nostro pensiero e delle sue conseguenti riflessioni.

La scultura differentemente monumentale di Alessandra Porfidia non è soltanto un corpo di materia che viene eretto nello spazio per una celebrazione idiomatica tout court, ma va percepita prima di tutto come una soglia tra il visibile e l’invisibile. La sua funzione non si ultima né si esaudisce quando, contemplate le possibilità del materiale di cui si compone, le basta dare forma a un volume, bensì quando quel corpo è capace di scardinare la realtà del nostro spazio-tempo e aprire un varco che da metaforico si fa istanza di attraversamento sensibile; passaggio attraverso cui quale l’uomo può riconsiderare il modo in cui percepisce e misura il proprio stare al e nel mondo. In ogni sua creazione quello che si esprime per davvero in modo nitido non è solo il materiale nella sua evoluzione in forme, ma il vuoto che le attraversa, pregno di luci e ombre che generano le necessarie distanze emotive con cui cogliere il senso di una pausa. Un tempo sospeso per lasciare che torni attiva l’energia sprigionata dalla sua (e nostra) relazione con il circostante di cui è (e siamo) parte.

Allora quella monumentalità intrinseca del lavoro di Alessandra Porfidia non è protesa a farsi monumento di memorie, non è depositario di vicende che si trattengono e perdurano nel tempo, ma incarna l’interrogazione continua dell’uomo rispetto al sua finitezza, parte di un infinito più grande ed esteso. Ecco perché non sono le dimensioni che avvalorano la forza della sua scultura, a beneficiare di questa dinamica di forze è esclusivamente la loro intensità simbolica che apre spiragli su quell’oltre sconosciuto. Ogni linea presente, ogni porzione di figura, ogni piano che scandisce le sue opere si esprime con una rilevanza filosofica che prova a cercare la via della verità della conoscenza.

Se ci riporta alla responsabilità della condivisione di un ambiente comune, se è presenza della caducità stessa delle cose vissute che mutano inesorabili, allora la forma finale della scultura di Alessandra Porfidia, intesa come intera sua pratica di ricerca artistica ad oggi compiuta, non si immobilizzata nel vuoto e nel silenzio. È esperienza vivente che si rinnova attimo dopo attimo, istante dopo istante, restando come certezza adattabile che si fa carico del compito arduo di farci, qui e ora (sempre tempo e spazio), ammirare il non detto che pervade quel tutto infinito che davanti a noi, già passato senza che ce ne rendessimo conto, è migrato ad un altrove.

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