Alessandra Porfidia, Lucus. Il visibile e la sua ombra

Lucus. Il visibile e la sua ombra
“C’è in ogni forma qualcosa che la luce coglie e qualcosa che essa abbandona all’ombra.”
(Paul Valéry, Eupalinos o l’architetto)

Se dovessi indicare l’origine del mio desiderio creativo, direi che nasce da una tensione duplice e complementare: da un lato l’esigenza di proteggere e contenere, di dare forma e limite a ciò che rischierebbe di disperdersi; dall’altro il bisogno di mantenere sempre aperto un varco verso l’esterno, di coltivare un dialogo vivo con ciò che è altro da me, con l’imprevisto e l’inesauribile dell’aperto. La mia creatività si alimenta proprio in questo spazio di confine, dove il raccoglimento e l’accoglienza si intrecciano con l’uscita, il rischio e l’incontro.

Il paesaggio che ospita la mostra si fa soglia, un limine dove la natura accoglie le forme, e la luce stessa scolpisce lo spazio. Tra respiro e materia nasce un dialogo continuo, che coinvolge forme e ombre, immaginazione e realtà. Lucus, il bosco sacro, diventa il luogo di incontro tra il visibile e l’invisibile, dove i pieni si fondono con il vuoto e il naturale accoglie l’umano in un ritmo di equilibri mutevoli.

Il vuoto non è assenza, ma apertura che rinnova lo sguardo, dando vita a un dialogo costante con l’osservatore. È nell’alternarsi tra pieno e vuoto, materia e spazio, che l’opera conquista la forma e prende significato.
Lo spazio, reso complesso dalle forme organiche della natura e dalle sculture artificiali, non è un labirinto chiuso in cui perdersi, ma uno spazio aperto in cui ritrovarsi – come suggerisce Borges nell’Aleph. Qui, la luce non è solo ciò che illumina, ma un’onda che genera spazio e profondità. Sarebbe suggestivo immaginare che il suono si accordasse con il movimento della luce, come un’eco musicale della forma.

L’acqua, specchio vivo, accoglie il cielo e moltiplica la luce, dilatando lo spazio.
Un respiro liquido che riflette e trasforma le forme, aprendo nuovi orizzonti percettivi. Le superfici, tattili e asciutte, contrastano con la mutevole complessità della natura.

Il mio desiderio è che il visitatore viva un’esperienza immersiva, dove percezione, tatto e suono si intrecciano in un ritmo ambientale. L’opera non è solo da guardare, ma da attraversare: il corpo diventa parte dello spazio, mentre luce e ombra rispondono alla sua presenza. Realtà visibile e inconscio dialogano con il tempo e lo spazio, aprendo molteplici prospettive. Il corpo/occhio è il punto da cui origina il processo di scoperta, uno svelamento continuo di relazioni e significati possibili.Le opere sono pensate come corpi vivi in dialogo con il luogo, radicati nello spazio e nel tempo del paesaggio, dove il confine tra uomo e natura si dissolve.

La mostra invita a vivere il respiro della luce e dell’ombra, perdendosi nelle forme accolte dal vuoto, che si fa fulcro di energia in continuo divenire. Ogni opera è un’evocazione, mai una semplice imitazione del reale: una sintesi complessa, sempre in metamorfosi. La scultura è forma che si apre, che rompe il limite e guida lo sguardo, risvegliando nuove possibilità di pensiero.

Lo spazio della natura diventa così soglia del possibile, luogo di scoperta che si rinnova, superando i confini tra artificiale e naturale. La scultura, che si apre al vuoto e guida lo sguardo, diventa non solo forma estetica, ma anche gesto etico, in cui ogni partecipante è chiamato a riflettere sul proprio ruolo nella conservazione del paesaggio e nella costruzione di un futuro sostenibile. Lo spettatore non è solo un osservatore passivo, ma un protagonista attivo che, attraverso l’arte, può sviluppare una maggiore consapevolezza ambientale.

Nell’interpretazione del percorso scultoreo affiora l’idea di viaggio, di una geografia sentimentale fatta di incontri e relazioni. È una visione esigente quella del Parco Increa: proporre un’arte diffusa che si fa prospettiva sociale e ecologica, avvicinandosi al fruitore come tessitura relazionale, aperta a tutti gli sguardi e capace di generare uno stimolo estetico collettivo, che contribuisce alla costruzione di un pensiero rispettoso. Le sculture si dispiegano come trame di un abbraccio inclusivo, senza priorità né limiti, offrendo l’opportunità di un incontro vitale tra arte e natura, invitando a riflettere sulla necessità di proteggere il nostro mondo naturale, per il bene di tutti.